Intervista al senatore Lucio Malan
Incontriamo il senatore Lucio Malan del Popolo della Libertà per rivolgergli alcune domande in vista della prossima tornata elettorale del 24 e 25 febbraio 2013.
I problemi da risolvere nell’agenda del prossimo parlamento richiederanno una capacità di analisi e di intervento legislativo che sappia coniugare la conoscenza dei problemi reali della collettività e una nuova visione del futuro. Quali saranno le misure più efficaci per ridare nuovo slancio alla crescita del Paese?
Ridurre il peso del Fisco e della burocrazia sull’economia, sulle imprese e sulle persone.
La detassazione e la decontribuzione dei giovani assunti a tempo indeterminato, la progressiva eliminazione dell’IRAP e la soppressione dell’IMU sulla prima casa sono esempi concreti – ma anche simbolici – di un nuovo rapporto tra Stato e cittadini.
Un aspetto molto importante è il passaggio dai controlli ex ante ai controlli ex post. È urgente consentire che chi vuole intraprendere, creare lavoro e ricchezza lo possa fare con il minimo degli adempimenti, assumendosi la responsabilità. Basta con le migliaia di piccoli e grandi burocratiche che – negando, concedendo o ritardando un timbro – hanno in mano le sorti dei cittadini e delle imprese, creando l’ambiente ideale per episodi di corruzione.
La disoccupazione resta “a livelli inaccettabili”. Lo ha indicato il portavoce del commissario agli Affari sociali, Laszlo Andor, riferendosi ai dai di Eurostat pubblicati pochi giorni fa. L’Esecutivo europeo è seriamente preoccupato perché la situazione non migliora. In particolare, ha puntato l’attenzione sull’elevato livello della disoccupazione giovanile, ormai giunta in molti Paesi – fra cui l’Italia – a livelli endemici. Quali misure possono andare a tamponare una condizione ormai in chiara emergenza?
Oltre alle misure che ho già citato, il programma del Popolo della Libertà prevede anche: il passaggio dai contributi e le sovvenzioni alle imprese a una equivalente riduzione delle tasse sul lavoro e sulla produzione, pagamenti tempestivi da parte della Pubblica Amministrazione, vantaggi fiscali per le imprese di giovani sotto i 35 anni, detassazione dell’apprendistato, revisione dei premi INAIL in funzione del rischio reale.
L’Italia ha ancora molto da dare all’Europa e a se stessa se sarà in grado di rinnovare il proprio ruolo storico in una dialettica meno subalterna alle istituzioni dell’Unione Europea. Su quali basi recuperare un ruolo di più alto profilo del nostro Paese?
Bisogna innanzitutto abbandonare l’atteggiamento di sudditanza e i complessi di inferiorità nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea. Anche nel linguaggio: non si deve dire che il Presidente del Consiglio “va in Europa” se va a una riunione a Bruxelles o a Strasburgo o a Berlino – così come un presidente di Regione, quando va a Roma a incontrare ministri, non si sogna di dire che “va in Italia”.
Occorre una presenza più attiva e più qualificata negli organismi dell’Unione e, possibilmente, maggiore coesione nazionale nel difendere gli interessi italiani. Troppo spesso, per questioni di politichetta interna, accade che degli esponenti nazionali si schierino contro gli interessi dell’Italia, e questo solo perché, in quel momento, governa un altro Partito.
Occorre, poi, non essere timidi: la Germania, a 24 anni dalla riunificazione, gode ancora di privilegi per le aree dell’ex Germania Est, con la possibilità di sovvenzioni statali anche in caso di appalti all’estero. Chi ci rimette è soprattutto l’Italia, con le sue battagliere piccole e medie aziende. Ora basta.
C’era un commissario europeo alla concorrenza che ha chiuso tutti e due gli occhi. Era Mario Monti.
La Costituzione ci riporta costantemente verso un’economia sociale di mercato, fatta di meno Stato e più società, più efficienza pubblica ed equità sociale, in uno spirito di sussidiarietà. Quali le misure più efficaci per una più effettiva applicazione di questi principi?
Uno Stato meno pesante e soffocante è una premessa indispensabile. Occorre, poi, una mentalità che guardi alle capacità dei privati di fare meglio e a costi inferiori – anche nel sociale. Occorre dare loro spazio, anche rendendo stabile il 5 per mille e riportandolo al suo importo nominale, cioè al doppio di oggi, oltre a potenziare gli strumenti previsti dalla legge 328 del 2000.
Nella seconda metà del 2013, dovremmo sperimentare l’inizio di una ripresa effettiva dell’attività economica. Quale sarà il contributo delle banche popolari nel rimettere in moto da domanda di credito nelle diverse aree del Paese?
La ripresa arriverà solo se l’Italia smetterà di essere un ambiente ostile a chi vuole intraprendere, lavorare e spendere, come lo ha fatto diventare la linea Monti: meno tasse, meno burocrazia, meno controlli inutili, fonti di arbitrio e corruzione, e meno terrorismo fiscale. Senza questo, la tendenza a spostare attività, lavoro e soldi all’estero continuerà.
Il ruolo delle banche popolari è fondamentale in Italia, la cui forza è la piccola e piccolissima impresa. Il legame con il territorio, la vocazione per l’attenzione alle dimensioni a misura d’uomo e alle esigenze sociali le rendono le più idonee a dare impulso a una ripresa che va favorita in ogni modo. Occorre difenderne la specificità a livello locale, nazionale e soprattutto europeo, dove le grandi banche – le cui gravi colpe sono ben note – hanno troppa influenza sulla burocrazia comunitaria. Gli standard europei non possono non tenere conto del ruolo diverso che hanno rispetto alle grandi banche.
